Inconscio Creatività Opere


Inconscio Creatività Opere

 

Argo come associazione di ricerca nel campo dei gruppi è interessata a collegarsi con singoli, con gruppi, istituzioni e associazioni impegnati nella ricerca.
L’attenzione di alcuni soci si è ultimamente concentrata sulla ricerca psicologica e psicoanalitica nel campo della creatività artistica e dell’espressione di temi sociali condivisi dalla comunità culturale.
Presentiamo qui i primi elementi di ricerca con i quali l’associazione da’ vita a un settore nuovo che nasce con

• Un’opera generosamente trasmessa da Paolo Valerio che ringraziamo caldamente, collegata
alla rielaborazione psicoanalitica delle derive individuali e sociali e del paziente lavoro di ricostruzioni ecologica.

• Il secondo elemento qui presentato concerne la ricerca di Ludovica Grassi su “The Sound of Unconscious”: lo scritto eccellente di Edith Lecourt, che ha recensito il libro e che ringraziamo qui per il suo acume, la sua ricca esperienza e la generosità della sua comprensione di oggetti psichici del tutto inafferrabili e di natura spesso arcaica – inaugura un dibattito vivo anche in Italia sulla considerazione della musica da parte della psicoanalisi, sulla sua importanza in tutte le forme di comunicazione inconscia e nella formazione dello psichismo primario, così come nel suo ritorno successivo in età evolutiva, specie adolescenziale, ma anche nella vita adulta. L’idea della musica come linguaggio dell’inconscio, e dell’ascolto analitico come ascolto musicale, crea una scena feconda e inesplorata che ci auguriamo di continuare a coltivare in questa nuova rubrica dedicata al legame creativo. La rievocazione di Freud che ripone la sua fede razionale nell’indagine ordinabile dell’inconscio e si dichiara “non melomane” – ma segretamente melomane secondo Édith Lecourt – attualizza i temi del cambiamento moderno del corpo dottrinario tramandato da Freud e aggiornato oggi a nuovi bisogni e concezioni.

• Un ulteriore elemento prezioso portato da Angelo Campora, che ringraziamo per il puntuale e articolato contributo, propone una riflessione sui legami fra psicoanalisi e altre aree disciplinari, a partire dalla considerazione del film “Il sale della terra” di Wim Wenders e J.R.Salgado, 2021, coniugando sensibilità estetica e riflessione ecologica.

La nave Argo s’imbarca fra mareggiate e navigazione tranquilla nel nuovo campo del legame con la creatività, buona navigazione!

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Paolo Valerio e le sue Opere

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Paolo Valerio: “Natura Morta” 2022

 Esiste un fil rouge che unisce il suo  lavoro scientifico a quello artistico.
Come psicologo clinico si è interessato agli studi di genere e all’antropologia psicoanalitica (avventurandosi da alcuni decenni  nel mondo delle persone gender variant, delle persone gender non conforming, delle persone transgender) e più in generale dall’universo delle persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer Questioning e Intersessuali – LGBTQI.
Tra questo mondo e quello artistico c’è un  collegamento.
Molte delle sue opere rappresentano, infatti, attraverso le loro forme, attraverso i materiali usati, attraverso la varietà dei colori che le connotano, quei mondi in cui vengono spesso ingabbiate le persone LGBTQI che vivono, relegate e messe ai margini della società, in contesti nei quali spesso non viene riconosciuto loro il diritto ad autodeterminarsi, a essere se stesse e rispettata la loro dignità di esseri uman

Lo stesso accade al materiale di scarto che utilizza per realizzare le sue eco-sculture che, se non fosse da lui  raccolto, rimarrebbe accumulato sulla  spiaggia o  bruciato nelle discariche della Terra dei Fuochi.
Quelle reti, che simili a reti sinaptiche includono materiale libero, imprigionato di nuovo, possono rappresentare un corrispettivo di quei mondi, e più nello specifico del nostro mondo interno?
Quelle cime, quei nodi  da lui pazientemente sciolti e poi riannodati e intrecciati con altre cime fino a creare un groviglio di nodi inestricabilmente ingarbugliati, possono rappresentare quelle gabbie che ci stringono e costringono nel corso della vita o quelle soluzioni a cui facciamo ricorso per sfuggire a conflitti emozionali difficilmente accessibili al livello conscio?
Quanto le reti in cui avviluppa le cime, intrecciandole tra loro e in cui sono inserite “Barbie” trovate sulla spiaggia, pupazzi, personaggi maschili, pistole, coltelli, orsetti o animaletti vari, rappresentano quelle  gabbie di genere in cui siamo tutti imprigionati rispetto a ruoli stereotipicamente assegnati al genere, nelle sue complesse, molteplici e articolate declinazioni?
Quanto spesso quei nodi faticosamente sciolti e poi da lui pazientemente ricreati rappresentano i grovigli della vita con cui ci confrontiamo di fronte a sentimenti di inadeguatezza che sin dall’infanzia ci portiamo dentro, chi più chi meno, rispetto al non sentirci “abbastanza” aderenti ai ruoli che dovremmo di volta in volta performRiportiamo una recente

 

Paolo Valerio, è professore onorario di Psicologia Clinica ed è Presidente Onorario del Centro di Ateneo SInAPSi (Servizi per l’Inclusione Attiva e Partecipata degli Studenti) presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, Presidente della Fondazione Genere Identità Cultura e Presidente dell’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere (O.N.I.G.).
E’ uno psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico.
Ha iniziato a svolgere  attività cliniche e di ricerca nell’ambito delle problematiche emozionali nella tardo-adolescenza e nei giovani adulti e del counselling psicodinamico in contesti  universitari.
Attualmente si interessa di identità di genere, varianza di genere in età evolutiva e in età adulta , intersessualità, omofobia, transfobia.
Parallelamente all’attività accademica da  circa 10 anni ha sviluppato un’attività artistica, che rientra in quella che viene definita art brut, arte ecosostenibile www.paolovalerio.it
Le sue eco-sculturere sono realizzate raccogliendo e assemblando in reti di plastica materiali vari ( plastiche bruciare, reti, gomene, pupazzi, etc)  raccolti sulle spiagge dei luoghi che frequenta.
Ha partecipato a varie mostre, tra cui tre mostre   personali realizzate in Italia e all’estero.
Ha vinto nel 2018 il Secondo  Premio nella Sezione Arte ecosostenibile della Biennale di Arte Contemporanea di Salerno.

Professore Onorario Psicologia Clinica, Università Federico II di Napoli, Presidente Onorario Centro di Ateneo Sinapsi, Università Federico II di Napoli, http://www.sinapsi.unina.it/home_sinapsi, Presidente Fondazione Genere Identità e Cultura, http://www.genereidentitacultura.it/gic/, Presidente Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere – ONIG, http://onig.it/

www.paolovalerio.it
Dove e come Paolo Valerio realizza le sue Opere:
http://www.narrareigruppi.it/index.php?journal=narrareigruppi
Video Intervista a Paolo Valerio

Riportiamo una recente
Intervista sulla “Natura morta

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Da una conversazione di Silvia Corbella e Stefania Marinelli con Paolo Valerio sul suo lavoro e sulla scelta della sua: Natura Morta

 

Da: Stefania Marinelli <stefaniamarinelli2014@gmail.com>
Data: domenica 2 gennaio 2022, 18:50
A: Paolo Valerio <valerio48@live.com>
Cc: Silvia Corbella <silviricor@gmail.com>
Oggetto: Fwd:

Caro Paolo
Ti trasmetto di seguito alcune considerazioni della collega e amica Silvia Corbella che ha il dono della chiarezza e della sostanzialità
Con lei condivido la direzione del Sito e Argo e della Rivista
Da parte mia aggiungo che vedendo gli ultimi cicli dei tuoi lavori sono rimasta particolarmente toccata dalla reiterazione del bambino pupazzo o pupazzo bambino, animato dalla presenza tua e del mare.
Le scorie del gruppo è un gran tema: la buona socialità -ma poi? E il bambino invisibile del gruppo riesce a vivere nella buona socialità?
C’è abbastanza creatività da lavorare le scorie?
Ma in realtà se davvero farai qualcosa nella forma che vorrai per il sito di argo sarebbe bene che fossi proprio tu a decidere il come.
Ti ringrazio di cuore sarebbe una gioia e un onore

Stefania

Ecco le parole di Silvia
Ho appena sentito l’intervista e viste le “opere” di Paolo Valerio e mi sembra che possa essere una bella metafora di ciò che accade con il lavoro analitico, in particolare nel  gruppo,  dove persone sofferenti, che non si sono sentite accolte, a volte si sono pensati “esseri inutili”, a volte perfino nocivi e fastidiosi, materiale inquinante da eliminare come la plastica, buttati via e non riconosciuti nella loro specificità, riuniti insieme con un progetto di accoglimento possono trovare una loro artistica armonia grazie al conduttore analista, come gli oggetti raccolti da Paolo Valerio che assemblati secondo un pensiero creativo possono divenire artistici.  E’ lo stesso pensiero che esprimo nel seminario con Silvano dove sostengo che l’analisi può trasformare il caos della complessità in un origami. In particolare nel gruppo, grazie alla buona socialità, ognuno può vedere ed essere visto anche come un origami in divenire. Silvia

Il giorno 3 gen 2022, alle ore 16:09, PAOLO VALERIO <paolovalerio48@gmail.com> ha scritto:

Cara Stefania, cara Silvia,
Comincio a mandare alcune foto ad alta risoluzione sul tema “Natura Morta “.
Cerco di mandarvene altre su “ Gender roles Gender Cages “
Un caro saluto
Paolo

Da: Silvia Corbella <silviricor@gmail.com>
Data: lunedì 3 gennaio 2022, 16:54
A: Paolo Valerio <paolovalerio48@gmail.com>
Cc: Stefania Marinelli <stefaniamarinelli2014@gmail.com>, Paolo Valerio <valerio48@live.com>
Oggetto: Re: Foto opere paolo

Caro Paolo, sono molto belle queste nature morte a cui tu hai dato nuova vita.La foto che ho riportato mi sembra perfetta per esprimere in modo sintetico e creativo molte potenziali dinamiche del lavoro di gruppo, da momenti di individuazione ad altri di condivisione, a volte con sofferenza e altre volte con armonia prospettica . GRAZIE
Silvia

Il giorno 3 gen 2022, alle ore 17:04, Paolo Valerio <valerio48@live.com> ha scritto:

Cara Silvia,
mi fa molto piacere che l’opera ti sia piaciuta e che tu abbia colto  elementi connessi a potenziali dinamiche del lavoro di gruppo.
Nella mia visione nel lavoro emergono anche elementi connessi ai nodi  solubili e insolubili con cui la vita ci costringe a confrontarci.
Un caro saluto,
paolo

Da: Silvia Corbella <silviricor@gmail.com>
Data: 3 gennaio 2022, 18:05:24 CET
A: Paolo Valerio <valerio48@live.com>
Cc: PAOLO VALERIO <paolovalerio48@gmail.com>, Stefania marinelli <stefaniamarinelli2014@gmail.com>
Oggetto: Re: Foto opere paolo

Caro Paolo, condivido pienamente la connessione dell’opera con i nodi solubili e insolubili della vita. Nodi che fanno parte delle tematiche che noi affrontiamo quotidianamente sia come persone sia come analisti, ma il cerchio mi ha immediatamente riportato al gruppo e altre parti dell’opera ai groppi che riusciamo più o meno a sciogliere nella nostra esistenza, a volte grazie al lavoro analitico individuale o di gruppo a volte da soli grazie anche ad eventi inaspettati dell’esistenza.
Grazie ancora dei tuoi stimoli creativi e buona serata
silvia

 

 


Édith Lecourt: Nota di lettura del libro di

Ludovica Grassi: The Sound of the Unconscious

La versione originale francese, e la traduzione inglese, momentaneamente inseriti qui di seguito, saranno trasferiti in Testi originali (Homepage)

9780367645533

The sound of the Unconscious.
Psychoanalysis as Music
Ludovica Grassi
2021, Routledge
A breve l’edizione italiana con FrancoAngeli

 

Édith Lecourt

 Leggere questo libro mi ha fatto gioire. All’inizio del 2022, posso constatare con piacere che i tempi cambiano! In effetti, questo libro è pubblicato dall’IPA (International Psychoanalytical Association). E anche se la parola musica compare solo nel sottotitolo, quest’opera testimonia, per la psicoanalisi, una rinuncia alla rigorosa scissione tra parola e musica che ha regnato per decenni.

“Tacitare la musica”, questa era la parola d’ordine degli psicoanalisti (purtroppo) amanti della musica. E, in particolare, quelli che ho conosciuto negli anni Settanta, proprio per parlare loro dell’interesse della musica nella comprensione del funzionamento psichico. L’espressione freudiana “assolutamente non musicista” era, per alcuni, un certificato di identificazione con il maestro. Altri “confessavano” di essere amanti della musica, anche musicisti nel tempo libero, assicurando che non c’era alcuna relazione con la psicoanalisi. Penso ancora a un collega recentemente scomparso che, in un’intervista, mi ha “confessato” di appartenere a un coro, ma che la cosa doveva assolutamente rimanere tra noi.

Se ho insistito, era perché l’evidenza dell’esperienza, sonora, musicale, non poteva, per me, essere cancellata, o messa da parte, dal mio impegno per la psicoanalisi. Eppure la mia esperienza su diversi divani mi ha posta di fronte a questa scissione. Infatti, dalla mia prima analisi, ho dovuto accettare la regola: si potevano accettare solo le parole. Quando parlavo delle mie associazioni musicali (ho sempre la musica in testa), si trattava di una forma di resistenza. Quindi spettava a me risolvere le mie associazioni. Anni dopo una seconda “tranche” con un altro analista, il suo ascolto benevolo era però limitato dal fatto che “non era un amante della musica”, quindi c’erano ancora solo le parole. Infine, una terza esperienza questa volta è stata accolta favorevolmente da un analista “interessato”. Al punto che alle mie prime evocazioni musicali mi chiese… le parole di quella musica. Come arricchire l’ascolto analitico di questo insieme sonoro/musicale con cui viviamo, pensiamo, comunichiamo? Questo è ciò che mi ha portato a proporre un particolare dispositivo di “comunicazione sonora”, per esplorare quest’altra faccia.
E ancora nel 1999, quando chiesi ad A.Green – autore spesso citato in questo lavoro – se fosse d’accordo ad intervenire in un convegno di musicoterapia dedicato a “Musica e affetto”, fu necessario un bel po’ di tempo per superare delle sue forti resistenze e riuscire a entrare nell’argomento. Ne fece menzione anche nella pubblicazione che seguì (1). Alla fine fu una bella seduta di lavoro.
E se alla musica aggiungiamo l’analisi di gruppo, allora, francamente, sarebbe una provocazione!

Positivamente, queste esperienze mi hanno portata a tentare di analizzare la problematica freudiana in relazione al campo sonoro (di cui ho sottolineato nelle sue opere la presenza insistente) e alla musica, sottolineando l’importanza delle difese poste in essere per proteggersi dall’”attrazione dei suoni” (2).
I tempi sono cambiati, un po’ già per le analisi di gruppo, e forse, lo testimonia questa pubblicazione, per la musica. Un’altra fonte di soddisfazione per me è che l’autrice, Ludovica Grassi, pratica l’analisi individuale, ma anche del gruppo familiare, e la musica. Non esita a mettere in pratica i concetti, le teorie, della psicoanalisi, dell’analisi di gruppo, della musica.
I tempi sono cambiati perché, ecco già in una sola frase, la risposta data dall’autrice:
“Le caratteristiche musicali e sensoriali del corpo, della parola e della voce dell’analista e dei pazienti trasmettono una vasta gamma di contenuti e movimenti della loro vita psichica.” (pag.5)

Questo libro è straordinariamente documentato (un indice analitico facilita la ricerca) esintetico, non solo perché tratta della musica ma anche delle sue basi sonore, e insiste sulla dimensione relazionale insita nelle componenti sensoriali, sonore, ritmiche di ogni comunicazione. Due capitoli sono così dedicati alle relazioni precoci del feto, e del bambino piccolo, attraverso i rumori, i suoni, la musica, le parole della madre e dell’ambiente materno. Il posto di questa sensorialità nella costruzione psichica è dunque oggetto di un’importante elaborazione. Vengono trattate anche le questioni della temporalità e del ritmo. Il posto della musica nell’intimità è a sua volta oggetto di un capitolo. A questo punto aggiungo che, per almeno due degli analisti che ho conosciuto specificamente, “tacitare la musica” era inteso non solo in relazione all’istituzione psicoanalitica, ma anche per il fatto che vi si toccava una dimensione “troppo” intima (paradossale in psicoanalisi!). Un capitolo è dedicato “all’inconscio musicale nella famiglia”, e un altro alla novità dei cambiamenti di setting dovuti alla pandemia, e alla particolarissima esperienza del silenzio che ci ha fatto vivere.

Si tratta quindi di un’opera molto completa nella sua composizione, molto precisa nei riferimenti e negli sviluppi. L’autrice non esita a trarre ispirazione da campi nuovi e correlati, come l'”acustemologia” e la “biomusicologia”.
La musica qui è onnipresente, ma senza dimenticare il rumore, e il campo sonoro in generale (compresa la parola). Il dibattito teorico, psicoanalitico, invita molti autori (Ludovica Grassi parla del suo “viaggio nella letteratura” alla scoperta degli autori), e propone anticipazioni su cui ritornerò. Vengono fornite molte illustrazioni, sia per la clinica (individuo, famiglia), sia per la musica.

Naturalmente, quando troviamo questi autori, pensiamo ad altri come P. Fraisse (che resta essenziale per la psicologia del ritmo), Murray-Schafer (a cui si deve il paesaggio sonoro), J.C. Rouchy (per il posto delle sensorialità negli  “incorporati culturali”), e ancora J.Feijoo che, negli anni ’70, dimostrò, nella nostra équipe, la possibilità di condizionare il feto con la musica (il fagotto in Pierino e il lupo), per ottenere un effetto di rilassamento.
Infine, è su T. Lipps (3) che mi soffermerò. Sappiamo che Freud rinunciò a proseguire la lettura di un volume di questo autore. L’interruzione avvenne proprio quando Lipps stava evocando un inconscio.. musicale. Infatti, discutendo e sviluppando che cosa fossero i processi associativi, Lipps usava ampiamente la metafora musicale. Scrive Ludovica Grassi, a proposito dell’intervallo musicale/relazionale: “L’intervallo musicale, che unisce e separa due o più suoni, può considerarsi la radice della relazionalità umana” e aggiunge: “anche in seguito alla funzione di terzo, o di legame inconscio, che svolgono i suoni non suonati ma percepibili come fondamentali sul piano armonico” (p.107). Lipps vede in questo una relazione di “parentela sonora” tra due suoni: la fondamentale, percepita o no, all’origine dell’attrazione sonora sembra essere questo terzo suono. Questa immagine dell’inconscio perturbava Freud, il lettore di allora! In una lettera a Lipps, Freud giustifica quella interruzione con la sua “mancanza di sensibilità acustica”…

Farò ora alcune citazioni sul tema del posto della musica nella vita psichica e sulla sua relazione con la psicoanalisi.

– La musica nella vita psichica:
Se non fossimo convinti dell’importanza della musica nella comunicazione umana, la citazione seguente dovrebbe condurci lì:
“la musica getta le basi per la coordinazione, la cooperazione e la comunicazione nei gruppi: aprendo al nuovo e contemporaneamente alla prevedibilità, permette lo sviluppo di un senso di fiducia e attendibilità che rendono possibili la comunicazione, la condivisione e la vita stessa[1] (da notare l’analogia con i concetti winnicottiani di continuità dell’essere e transizionalità) (pag.11)

– La musica e il lavoro del lutto:
“Il lavoro del lutto, immerso nel tempo, è l’essenza sia della vita psichica che della struttura musicale, in cui anche la memoria ha una funzione fondamentale di collegamento e significazione”. (pag.5).

– La musica tra psiche e soma:
“Una qualità di ascolto che sia rivolto alla relazione e alle sue componenti musicali può quindi sensibilizzarci alla percezione di eventi al confine fra lo psichico e il somatico (Di Benedetto, 2001), e dunque dei processi originari che comprendono lo sviluppo precoce, prenatale, ma non si esauriscono in esso, costituendo un nucleo importante e idiosincratico del nostro modo di essere nel mondo” (pag.39)

– Musica e psicoanalisi:
I tempi sono cambiati…Ludovica Grassi propone “una psicoanalisi musicalmente informata”.
Specifica “non si tratta dunque di applicare la psicoanalisi alla musica, ma la musica alla psicoanalisi” (pgg.37 e 41), critica dei tanti tentativi di psicoanalisi della musica, dei musicisti, delle opere. Su questo punto è d’accordo con la posizione di A. Brousselle che per lungo tempo ha condotto un seminario per riflettere su questo.
“Riconoscere l’isomorfismo tra il funzionamento della musica e quello della psiche amplia la gamma di elementi clinici percepibili e di interventi possibili a disposizione degli psicoanalisti” (pag.5)
“Non possiamo fare a meno della musica per avvicinarci ai movimenti psichici precoci, così come alle esperienze e al funzionamento primari” (pag.5) Non solo ritengo che la psiche funzioni mediante forme e movimenti musicali, ma che anche l’ascolto analitico, se si va oltre i contenuti e il linguaggio verbale, abbia molto in comune con l’ascolto musicale: come simbolo non consumato o forma significante (Langer, 1942, 1951), centrata sul silenzio o sull’assenza, anche la musica richiede un ascolto designificante. (pp.68-69)
L’autrice va ancora oltre e, basandosi sul ruolo della musica nella costruzione psichica, propone: “L’inconscio, chiave di volta della psicoanalisi, sembra essere dotato di una natura musicale”. (pag.6)

Impossibile render conto di questo insieme, una vera tesi, in poche righe. Penso che abbiate capito, queste ultime citazioni mi sembrano aprire alla riflessione e spingere a proseguirla in una attraverso una lettura attenta del libro.

 

Note
(1) Verde A. “Ambiguità nella concezione psicoanalitica dell’affetto”, La Revue de Musicothérapie XIX, N°4, novembre 1999, p.23-30
(2) Lecourt E. Freud and sound, the ticking of desire, Paris, L’Harmattan, 1992.
(3) Lipps T. Grundtatsachen des Seelenlebens, Bonn, Verlag von Friedrich Cohen, 1912 (elencato in (2).

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Versione originale francese

The sound of the Unconscious.
Psychoanalysis as Music
Ludovica Grassi
2021, Routledge
Bientôt l’édition italienne

 

Édith Lecourt

 

La lecture de cet ouvrage m’a réjouie. En ce début d’année 2022, je constate avec plaisir que les temps changent ! En effet, cet ouvrage est publié par l’IPA (International Psychoanalytical Association). Et même si le mot musique n’apparaît que dans le sous-titre, cet ouvrage témoigne, pour la psychanalyse, d’un renoncement au clivage rigoureux entre parole et musique qui a régné pendant des décennies.

« Taire la musique », tel était le mot d’ordre des psychanalystes

(malheureusement) mélomanes. Et, en particulier, ceux que j’ai rencontrés dans les années 1970, précisément pour leur parler de l’intérêt de la musique pour comprendre le fonctionnement psychique. L’expression freudienne

« absolument pas musicien » était, pour certains, un certificat d’identification au maître. D’autres « avouaient » être mélomanes, voire même musiciens à leurs heures, en assurant qu’il n’y avait là aucun rapport avec la psychanalyse. Je pense encore à un collègue récemment décédé qui, en entretien, « m’avoua » qu’il appartenait à une chorale, mais que cela devait absolument rester entre nous.

Si j’insistais, c’est que l’évidence de l’expérience, sonore, musicale, ne pouvait, pour moi, être effacée, ou reléguée, par mon engagement dans la psychanalyse. Pourtant mon expérience sur plusieurs divans m’a confrontée à ce clivage. En effet, dès ma première analyse, je dus me rendre à la règle : seuls les mots étaient acceptables. Lorsque j’évoquais mes associations musicales (j’ai toujours de la musique dans la tête), c’était une forme de résistance. Il me revenait donc de trier mes associations. Des années plus tard une seconde « tranche » avec un autre analyste, son écoute bienveillante se trouva toutefois limitée par le fait qu’ « il n’était pas mélomane », il ne restait donc encore que les mots. Enfin, une troisième expérience fut cette fois accueillie par un analyste « intéressé ». Au point qu’à mes premières évocations musicales il me demanda… les paroles de cette musique. Comment enrichir l’écoute analytique de cet ensemble sonore/musical avec lequel nous vivons, nous pensons, nous communiquons ? C’est ce qui m’a amenée à proposer un dispositif particulier de « communication sonore », pour explorer cette autre face.

Et encore en 1999 lorsque je demandais à A.Green – auteur souvent cité dans cet ouvrage – s’il acceptait d’intervenir dans un colloque de musicothérapie consacré à « Musique et affect », il fallut passer le temps de ses fortes résistances avant de pouvoir entrer dans le sujet. Il en a d’ailleurs fait part dans la publication qui suivit (1). Ce fut finalement une belle séance de travail.

Et si, à la musique on ajoute l’analyse de groupe, alors, franchement, c’était de la provocation !

Positivement ces expériences m‘ont amenée à tenter d’analyser la problématique freudienne par rapport au domaine sonore (dont j’ai souligné la présence insistante dans son œuvre) et à la musique, soulignant l’importance des défenses mises en œuvre pour se protéger de l’ « attraction des sons » (2).

Les temps ont changé, un peu déjà pour l’analyse de groupe, et peut-être, cette publication en témoigne, pour la musique. Autre motif de satisfaction pour moi, l’auteure, Ludovica Grassi, pratique l’analyse individuelle, mais aussi le groupe familial, et la musique. Elle n’hésite pas à mettre au travail les concepts, théories, de la psychanalyse, de l’analyse de groupe, de la musique.

Les temps ont changé car voici déjà en seulement une phrase la réponse donnée par l’auteure :

“The analyst’s and patients’ musical actual sensory features of body, word and vocal convey the largest extent of contents and movements from their own psychic life.” (p.5)

Cet ouvrage est remarquablement documenté (un index facilite la recherche), synthétique, traitant de la musique, mais aussi de ses bases sonores, insistant sur la dimension relationnelle inhérente à ces composantes sensorielles, sonores, rythmiques, de toute communication. Deux chapitres sont ainsi consacrés aux toutes premières relations, avec le fœtus, avec le bébé, au travers des bruits, sons, musiques, paroles de la mère et de l’environnement maternel. La place de cette sensorialité dans la construction psychique fait ainsi l’objet d’un développement important. Les questions de temporalité et de rythme sont bien sûr traitées. La place de la musique dans l’intimité fait aussi l’objet d’un chapitre. Sur ce point, j’ajouterais que, pour au moins deux des analystes que j’avais spécialement rencontrés, le « taire la musique » ne s’entendait pas seulement par rapport à l’institution psychanalytique, mais encore par le fait qu’on touchait là une dimension « trop » intime (paradoxal en psychanalyse !).  Un chapitre est consacré à « l’inconscient musical dans la famille », et un autre à l’actualité des modifications du dispositif dues à la pandémie, et à l’expérience toute particulière du silence qu’elle nous a fait vivre.

Il s’agit donc d’un ouvrage très complet dans sa composition, très précis dans ses références et développements. L’auteure n’hésite pas à s’inspirer de domaines connexes, nouveaux, tels que l’ »acoustémologie » et la « biomusicologie ».

La musique y est omniprésente, mais sans oublier le bruit, le domaine sonore en général (dont la parole). Le débat théorique, psychanalytique, invite de très nombreux auteurs (Ludovica Grassi parle de son « voyage dans la littérature » à la découverte d’auteurs) , et propose des avancées sur lesquelles je vais revenir. De nombreuses illustrations sont données, tant pour la clinique (individuelle, familiale), que pour la musique.

Bien sûr en retrouvant ces auteurs, on pense à d’autres comme P.Fraisse (qui reste incontournable pour la psychologie du rythme), Murray-Schafer  (à qui l’on doit le soundscape ), J.C.Rouchy (pour la place des sensorialités dans les « incorporats culturels »), et encore J.Feijoo qui, dans les années 1970, a démontré, dans notre équipe, la possibilité de conditionner le fœtus par une musique (le basson dans Pierre et le Loup), pour un effet de relaxation.

Finalement, c’est sur T.Lipps (3) que je m’arrêterai. On sait que Freud a renoncé à poursuivre sa lecture d’un volume de cet auteur. Cet arrêt s’est produit précisément lorsque Lipps évoquait un inconscient… musical. En effet, discutant et développant ce qu’il en était des processus associatifs. Lipps a largement utilisé la métaphore musicale. Ludovica Grassi écrit, à propos de l’intervalle musical/relationnel : « The musical interval, which unites and separates two or more sounds, may be considered the root of human relationality “ elle ajoute : “in addition , unplayed sounds, yet perceptible as harmonically fundamental sounds, perform the basic function of the third, or the unconscious link.” (p.107) Lipps y voit une relation de “parenté sonore “entre deux sons, la fondamentale, perçue ou non,  à l’origine de l’attraction sonore se trouve être ce troisième son. Cette image de l’inconscient a perturbé Freud, le lecteur d’alors ! Dans une lettre à Lipps Freud justifie cet arrêt par son « manque de sensibilité acoustique »…

 

Je donnerai maintenant quelques citations, au sujet de la place de la musique dans la vie psychique et, au sujet de ses rapports avec la psychanalyse.
– La musique dans la vie psychique :
Si l’on n’était pas convaincu de l’importance de la musique dans la communication humaine, la citation suivante devrait nous y amener :
« Music lays the basis for coordination, cooperation and communication within groups. Opening up to what is new and at the same time to what is expected, music allows a sense of trust and reliability to develop that makes communication, sharing and life possible (similarly to the Winnicottian concept of “going and being” and “transitionality”.)” (p.11)
– La musique et le travail de deuil :
“The work of mourning, embedded in time, is the essence of both psychic life and musical structure, in which memory, too, has a basic function of linkage and signification” (p.5)
– La musique entre psyché et soma :
“A quality of listening that is addressed to the relationship and its musical components can, therefore, sensitize us to the perception of events on the border between the psychic and the somatic (Di Benedetto, 2000), as well as to primal processes that include early, prenatal development but are not limited to it, and that make up an important and idiosyncratic nucleus of our own way of being in the world.” (p.39)
– Musique et psychanalyse :
Les temps ont changé… Ludovica Grassi propose « a musically informed psychoanalysis”
Elle précise “we do not need to apply psychoanalysis to music, but music to psychoanalysis” (p.37 et 41), critique des si nombreux essais de psychanalyse de la musique, des musiciens, des œuvres. Sur ce point elle rejoint la position d’A .Brousselle qui a longtemps animé un séminaire pour y réfléchir.
“Acknowledging the isomorphism between the working of both music and the psychic widens the range of both perceivable clinical elements and feasible interventions that are available to psychoanalysts.” (p.5)
“We cannot do without music in order to approach the earliest psychic motions, as well as the most primitive experiences and functioning.” (p.5)
“Not only do I believe that the psyche works by means of musical forms and motions but also that analytic listening, if we look beyond contents and language, has much in common with musical listening: as an unconsummated symbol or significant form (Langer, 1942, 1951), centred on silence or absence, music also requires a de-signifying listening.”  (p.68-69)
L’auteure s’avance plus encore, s’appuyant sur la place de la musique dans la construction psychique, elle propose: “the unconscious, the keynote of psychoanalysis, appears to be endowed with a musical nature.” (p.6)

Impossible de rendre compte de cette somme, une vraie thèse, en quelques lignes. Je pense que vous l’aurez compris, ces dernières citations me semblent bien ouvrir la réflexion et amener à la poursuivre dans une lecture attentive de l’ouvrage.

 

Notes
1.Green A. « Ambiguïtés dans a conception psychanalytique de l’affect », La       Revue de Musicothérapie XIX, N°4, Novembre 1999, p.23-30
2.Lecourt E. Freud et le sonore, le tic tac du désir , Paris, L’Harmattan, 1992.
3.Lipps T. Grundtatsachen des Seelenlebens, Bonn, Verlag von Friedrich Cohen, 1912 (repris dans (2).

 

 

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Traduzione inglese 

The sound of the Unconscious. Psychoanalysis as Music
Ludovica Grassi
2021, Routledge
Soon the Italian edition with FrancoAngeli

 

Édith Lecourt

I was delighted to read this book. At the beginning of 2022, I am pleased to see that times are changing! Indeed, this book is published by the IPA (International Psychoanalytical Association). And even if the word music only appears in the subtitle, this book testifies, for psychoanalysis, to a renunciation of the rigorous cleavage between speech and music that has reigned for decades.

“Silence the music” was the watchword of the (unfortunately) music-loving psychoanalysts. And, in particular, those I met in the 1970s, precisely to talk to them about the interest of music in understanding psychic functioning. The Freudian expression “absolutely not a musician” was, for some, a certificate of identification with the master. Others ‘confessed’ to being music lovers, or even musicians in their spare time, while insisting that this had nothing to do with psychoanalysis. I am still thinking of a recently deceased colleague who, during an interview, ‘confessed’ to me that he belonged to a choir, but that this absolutely had to remain between us.
If I insisted, it was because the evidence of experience, sound, music, could not, for me, be erased, or relegated, by my involvement in psychoanalysis. Yet my experience on several couches confronted me with this cleavage. Indeed, from my first analysis, I had to accept the rule: only words were acceptable. When I evoked my musical associations (I always have music in my head), it was a form of resistance. So it was up to me to sort out my associations. Years later a second ‘slice’ with another analyst, his sympathetic listening was however limited by the fact that ‘he was not a music lover’, so only words remained. Finally, a third experience was this time welcomed by an ‘interested’ analyst. So much so that when I first evoked music, he asked me… for the words to the music. How can we enrich the analytical listening of this sound/musical ensemble with which we live, we think, we communicate? This is what led me to propose a particular device of “sound communication”, to explore this other face.

And again in 1999, when I asked A. Green – an author often quoted in this book – if he would agree to take part in a music therapy symposium devoted to “Music and affect”, I had to overcome his strong resistance before being able to enter the subject. He mentioned this in the publication that followed (1). In the end, it was a good working session.
And if you add group analysis to the music, then, frankly, it was a provocation!
Positively, these experiences led me to try to analyse the Freudian problematic in relation to the field of sound (whose insistent presence I underlined in his work) and to music, underlining the importance of the defences put in place to protect oneself from the ‘attraction of sounds’ (2).

Times have changed, already a little for group analysis, and perhaps, as this publication testifies, for music. Another reason for satisfaction for me is that the author, Ludovica Grassi, practices individual analysis, but also the family group, and music. She does not hesitate to put to work the concepts and theories of psychoanalysis, group analysis and music.
Times have changed, for here is the author’s answer in just one sentence:
“The analyst’s and patients’ musical actual sensory features of body, word and vocal convey the largest extent of contents and movements from their own psychic life.” P.5

This book is remarkably well documented (an index facilitates research), synthetic, dealing with music, but also with its sound bases, insisting on the relational dimension inherent in these sensory, sound and rhythmic components of any communication. Two chapters are thus devoted to the very first relationships, with the foetus, with the baby, through the noises, sounds, music, words of the mother and the maternal environment. The place of this sensoriality in the psychic construction is thus the subject of an important development. Questions of temporality and rhythm are of course addressed. The place of music in intimacy is also the subject of a chapter. On this point, I would add that, for at least two of the analysts I had met in particular, the “taire la musique” was not only understood in relation to the psychoanalytic institution, but also by the fact that it touched on a dimension that was ‘too’ intimate (paradoxical in psychoanalysis!).  One chapter is devoted to ‘the musical unconscious in the family’, and another to the actuality of the modifications of the system due to the pandemic, and to the very particular experience of silence that it has given us.
It is therefore a very complete work in its composition, very precise in its references and developments. The author does not hesitate to draw inspiration from related, new fields, such as “acoustémology” and “biomusicology”.
Music is omnipresent, but without forgetting noise, the field of sound in general (including speech). The theoretical and psychoanalytical debate invites numerous authors (Ludovica Grassi speaks of her “journey through literature” to discover authors), and proposes advances to which I will return. Numerous illustrations are given, both for the clinic (individual, family), and for music.

Of course, when we come across these authors, we think of others such as P. Fraisse (who remains indispensable for the psychology of rhythm), Murray-Schafer (to whom we owe the soundscape), J.C. Rouchy (for the place of sensorialities in “cultural incorporat”), and J. Feijoo who, in the 1970s, demonstrated, in our team, the possibility of conditioning the foetus by music (the bassoon in Peter and the Wolf), for a relaxation effect.
Finally, I will focus on T. Lipps (3). It is known that Freud gave up reading a volume by this author. This stop occurred precisely when Lipps evoked a musical unconscious. Indeed, discussing and developing the associative processes. Lipps made extensive use of the musical metaphor. Ludovica Grassi writes, about the musical/relational interval: “The musical interval, which unites and separates two or more sounds, may be considered the root of human relationality” she adds: “in addition, unplayed sounds, yet perceptible as harmonically fundamental sounds, perform the basic function of the third, or the unconscious link.” P.107 Lipps sees in this a relation of “sonic kinship” between two sounds, the fundamental, perceived or not, at the origin of the sonic attraction being this third sound. This image of the unconscious disturbed Freud, the reader at the time! In a letter to Lipps, Freud justified this stop by his “lack of acoustic sensitivity”…

I will now give some quotations, about the place of music in psychic life and about its relationship with psychoanalysis.
– Music in psychic life :
If one was not convinced of the importance of music in human communication, the following quotation should lead one to it:
“Music lays the basis for coordination, cooperation and communication within groups. Opening up to what is new and at the same time to what is expected, music allows a sense of trust and reliability to develop that makes communication, sharing and life possible (similarly to the Winnicottian concept of “going and being” and “transitionality”.)” (p.11)
– Music and the work of mourning:
“The work of mourning, embedded in time, is the essence of both psychic life and musical structure, in which memory, too, has a basic function of linkage and signification” (p.5)
– Music between psyche and soma
“A quality of listening that is addressed to the relationship and its musical components can, therefore, sensitize us to the perception of events on the border between the psychic and the somatic (Di Benedetto, 2000), as well as to primal processes that include early, prenatal development but are not limited to it, and that make up an important and idiosyncratic nucleus of our own way of being in the world.” (P.39)
– Music and psychoanalysis:
Times have changed… Ludovica Grassi proposes “a musically informed psychoanalysis”
She specifies “we do not need to apply psychoanalysis to music, but music to psychoanalysis” (P.37 and 41), criticizing the so many attempts at psychoanalysis of music, musicians, works. On this point she agrees with the position of A. Brousselle, who for a long time led a seminar to reflect on this.
“Acknowledging the isomorphism between the working of both music and the psychic widens the range of both perceivable clinical elements and feasible interventions that are available to psychoanalysts.” P.5
“We cannot do without music in order to approach the earliest psychic motions, as well as the most primitive experiences and functioning.” (p.5)
“Not only do I believe that the psyche works by means of musical forms and motions but also that analytic listening, if we look beyond contents and language, has much in common with musical listening: as an unconsummated symbol or significant form (Langer, 1942, 1951), centred on silence or absence, music also requires a de-signifying listening.”  P.68-69
The author goes further, relying on the place of music in the psychic construction, she proposes: “the unconscious, the keynote of psychoanalysis, appears to be endowed with a musical nature.” P.6

It is impossible to give an account of this sum, a real thesis, in a few lines. I think that you will have understood, these last quotations seem to me to open the reflection and to lead to a careful reading of the work.

 

Notes
(1) Green A. “Ambiguïtés dans a conception psychanalytique de l’affect”, La Revue de Musicothérapie XIX, N°4, November 1999, p.23-30
(2) Lecourt E. Freud et le sonore, le tic tac du désir, Paris, L’Harmattan, 1992.
(3) Lipps T. Grundtatsachen des Seelenlebens, Bonn, Verlag von Friedrich Cohen, 1912 (reproduced in (2).

 

 

 

 

 


Collaborazione con Sapienza Università di Roma: Angelo Campora sul film Il sale della terra

Premessa a cura della Redazione

L’iniziativa di pubblicazione della presente relazione del prof. Angelo Mario Campora, docente presso l’Università La Sapienza, da parte della nostra Associazione A.R.G.O, si muove in un’ottica di promozione e diffusione delle attività culturali ed editoriali di interesse artistico e scientifico, in collegamento con enti ed istituzioni nazionali ed internazionali, nell’interesse comune di apportare un approfondimento clinico e didattico-formativo nel campo delle nostre discipline, suscettibili di creare legami con altre aree del sapere.
Da parecchi anni e nel corso di ogni anno accademico, gli allievi della Scuola di Specializzazione di Psicologia Clinica dell’Università La Sapienza di Roma organizzano, con la partecipazione dei docenti e di ospiti esterni, il Cineforum di Psicologia Clinica. Il Cineforum si compone un ciclo di incontri serali, durante i quali si assiste alla visione dei film, seguiti dalla presentazione dei contributi dei relatori e dalla discussione con il pubblico. Esso si sviluppa intorno ad alcune particolari tematiche scelte anno per anno dagli allievi della Scuola: nel corso del 2021, ad esempio, l’argomento centrale era la “distanza”. Il contributo del prof. Campora, L’Introduzione al film “Il sale della terra” (2014) di W. Wenders e J.R. Salgado, è stato presentato il 15 ottobre del 2021 e può essere contestualizzato proprio in questa categoria tematica, così rappresentativa degli avvenimenti attuali, proponendo una posizione di osservazione creativa e originale, rispettosa della natura del proprio oggetto indagato, e coniugando la sensibilità estetica dell’arte con una riflessione clinica ed ecologica.
Ringraziamo il prof. Campora, il direttore Giampaolo Nicolais e gli allievi della Scuola di Specializzazione dell’Università La Sapienza di Roma per questa attività di collegamento e vi auguriamo una buona lettura!
Adelina Detcheva

 

Introduzione al film “Il sale della terra” (2014) di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, presentato al Cineforum di Psicologia Clinica, organizzato dall’Università “La Sapienza”, Roma, 15/10/2021
Angelo M. Campora

Nota di presentazione a cura di Maura Giordano
Il Cineforum di Psicologia Clinica è un’idea laboratoriale nata alcuni anni fa da un gruppo di allievi della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica (SSPC) – Facoltà di Medicina e Psicologia, Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute della Sapienza Università di Roma – mossi dall’amore per il cinema e per la psicologia.
Dal 2017 apre le porte all’esterno e a tutti i frequentatori della Facoltà.
Questa realtà, ormai consolidata e gratuita, mette in dialogo il cinema e la psicologia proponendo una rassegna di film, uniti da una tematica di riferimento individuata, con il fine di stimolare una riflessione e un confronto. Durante questo viaggio siamo accompagnati da ospiti di rilievo scelti dall’organizzazione, professionisti e studiosi sia nell’ambito della psicologia che di altre discipline. Nel 2021, con gioia dopo quasi due anni, siamo riusciti a tornare nei locali della Facoltà di Medicina e Psicologia, che ci ospita da sempre. Ispirati dal delicato momento di emergenza sanitaria ci è sembrato pertinente affrontare il tema della distanza, nelle sue differenti e innumerevoli accezioni.
La Distanza ha permeato diversi aspetti della nostra realtà e ha cambiato molto la nostra quotidianità. Questa evidenza è stata per noi uno spunto di riflessione nel nostro viaggio cinematografico sulle distanze, non solo fisiche o mentali, che caratterizzano i nostri tempi e nel nostro tentativo di esplorarle e conoscerle meglio.

La distanza
Un ringraziamento agli organizzatori ed un invito al pubblico di considerare questa occasione e lo spazio tempo messo a disposizione come una occasione di dialogo, anche perché per me sarebbe pressoché impossibile raccogliere il salto mortale…

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